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Dentro l’incubo, oltre il buio. Intervista a Valerio Zezur

Presentazione del libro e intervista all’autore

Dentro l’incubo, oltre il buio è il racconto di una vita attraversata dalla perdita, dall’abbandono e dalla necessità di ricostruirsi senza mappe. Valerio nasce in un piccolo villaggio dell’Ucraina, perde la madre a tre anni e viene cresciuto tra orfanotrofio e famiglie che cercano, a modo loro, di salvarlo. L’arrivo in Italia non è un lieto fine, ma un nuovo inizio fragile, fatto di tentativi, incomprensioni e fratture profonde.
Questo libro non è una storia di vittimismo, ma di resistenza. È il percorso di un ragazzo che attraversa il buio per trasformarlo in linguaggio, materia, arte. Una testimonianza autentica su cosa significhi sopravvivere e, lentamente, imparare a vivere.

Citazione

“Non ho scritto questo libro per spiegarmi, ma per smettere di nascondermi.”

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea è nata molto prima della scrittura. È nata nel silenzio, nei ricordi che tornavano senza chiedere permesso, nelle opere d’arte che realizzavo senza riuscire a spiegare davvero da dove arrivassero. A un certo punto ho capito che non stavo solo creando, ma traducendo una storia rimasta a lungo senza voce. Scrivere è stato un atto necessario, non programmato: il tentativo di dare un ordine umano a ciò che era rimasto frammentato.

A chi lo consiglieresti, in particolare?

A chi ama la narrativa autobiografica intensa, a chi cerca storie vere di resilienza e identità, a chi è interessato a temi come l’infanzia spezzata, l’adozione, la ricerca di sé, l’arte come salvezza. È un libro per chi non ha paura delle verità scomode, ma sente il bisogno di storie che lasciano un segno.

Dove e quando è stato scritto?

È stato scritto in Italia, tra la Lombardia e il Veneto, principalmente nello studio in cui lavoro come artista. La stesura ha attraversato più anni, con momenti di scrittura intensa alternati a lunghi silenzi necessari. E stato scritto insieme a Mirko che nel libro conoscerete un bel personaggio fuori dal comune, proprio come me.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Molto. Non per la scrittura in sé, ma per quello che riportava a galla. Ogni capitolo ha richiesto onestà, lucidità e il coraggio di non edulcorare. Portarlo a termine ha significato attraversare di nuovo certe ferite, questa volta senza scappare.

La pianificazione ha avuto un ruolo importante?

Solo nella fase finale. All’inizio il libro è nato in modo istintivo, quasi disordinato. La pianificazione è servita dopo, per dare coerenza narrativa a una storia che emotivamente era già completa.

Quanto è stato lungo il lavoro di editing?

Il lavoro di editing è stato profondo e durato diversi mesi. Non si è trattato solo di correzione stilistica, ma di equilibrio: mantenere la voce autentica senza perdere chiarezza e forza narrativa.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Non ho un unico riferimento diretto. Mi sento vicino a quegli autori che scrivono partendo dalla verità personale, come Annie Ernaux, Emmanuel Carrère, e a una narrativa che non cerca di compiacere ma di restare fedele all’esperienza umana.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Continuare a scrivere, ma senza forzature. Mi interessa una narrativa che resti legata alla realtà, alla memoria e all’identità, anche intrecciandosi con l’arte visiva. La scrittura per me non è un prodotto, ma un’estensione del mio percorso creativo.

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