Villa Adriana. Intervista a Vera Mazzotta
Presentazione del libro e intervista all’autore

Un libro che restituisce a Villa Adriana la sua storia più nascosta: quella industriale. Per la prima volta viene ricostruita la vicenda intrecciata della I.A.C. e poi della Pirelli che non sono state soltanto luoghi di produzione ma motori di trasformazione sociale, economica e culturale. Una storia fatta di mani, di disegni, di migrazioni interne, di emancipazione femminile, di tecnici e operai, di dirigenti e famiglie: un mosaico umano che ha plasmato un territorio e la sua identità. Attraverso fotografie, documenti d’archivio, testimonianze dirette e memorie personali, il libro compone un racconto corale in cui ogni voce diventa un filo per ricostruire la trama di una comunità. Non un semplice volume storico ma un’opera che riattiva un patrimonio vivo, capace di parlare al presente e di generare futuro mostrando come la storia industriale possa essere una risorsa da usare per capire chi siamo e per immaginare ciò che possiamo diventare.
Citazione
Maria era arrivata dalla periferia di Padova con una valigia leggera, il vestito della domenica che la zia le aveva cucito e un paio di scarpe passata non si sa più quante volte, insieme alla speranza di un futuro diverso. Temeva di trovarsi in un borgo straniero, invece le sue compagne erano di Vittorio Veneto, di Ciriè, di Busseto: paravano tutte come lei. La campana suona le lodi. E’ già l’alba nel dormitorio del convitto delle Salesie.
Come è nata l’idea di questo libro?
Sono vissuta per 40 anni all’ombra della fabbrica Pirelli di Tivoli, percepita come lontana anche se era vicinissima. Non mi sono mai domandata cosa ci fosse prima. Per me c’era sempre stata la fabbrica. E così per coloro che abitano a Villa Adriana, dove esisteva la villa dell’Imperatore Adriano e la Pirelli. La Pirelli è diventata Trelleborg e ora Yokohama ed io anche sono cambiata. In questa Villa Adriana i miei genitori mi avevano praticamente trascinato perché qui avevano trovato una casa per la famiglia ma mai mi ero sentita a casa. Andare indietro nel tempo, cercare le radici di una storia, della Pirelli mi ha fatto scoprire la storia che non sapevamo di avere, quella della fabbrica i.a.c. e di quanti ci avevano lavorato.
A chi lo consiglieresti, in particolare?
Per chi vuole capire un territorio attraverso la sua storia industriale e sociale. Per chi crede che la comunità si costruisca riconoscendo le proprie radici e una memoria condivisa. Per i collezionisti che cercano notizie sui prodotti della industria I.A.C. o per chi ha lavorato in Pirelli. Per chi è interessato di storia industriale. Un libro per chi vive a Villa Adriana e Tivoli, per chi studia il lavoro e le trasformazioni del Novecento e per chi vede nella memoria un modo per immaginare il futuro.
Dove e quando è stato scritto?
Un anno e mezzo di ricerca di archivi privati e pubblici per mettere insieme le tessere di un mosaico. In ogni archivio ho ritrovato un pezzo di storia che finalmente, ad un certo punto ha dato un senso al tutto. Quelle che prima erano parti, sconnesse e che avevano dato adito quasi a racconti mitici su cosa ci fosse prima della Pirelli-Stabilimento Tivoli e quando e per quale motivo questo passaggio era avvenuto, all’improvviso sono tornati a posto, hanno iniziato a dialogare tra loro e solo in quel momento, a luglio inoltrato mentre ancora scoprivo disegni e carte nell’archivio della Yokohama che ha ereditato quelli delle precedenti fabbriche, sono riuscita a far combaciare tra loro tutti i pezzi
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
La difficoltà vera per un testo che come questo nasce anche attraverso la collazione dei documenti ufficiali con le memorie umane sta nel fatto che finisci per affezionarti, ai luoghi di cui non sapevi quasi nulla e di cui finalmente si ricostruisce la storia, ai segni lasciati dal tempo nei nomi, nella toponomastica, negli stemmi. C’è sempre altro e ancora altro e non vorresti mai chiudere e mettere la parola fine.
La pianificazione ha avuto un ruolo importante?
La pianificazione ha avuto un ruolo decisivo non solo come fase tecnica di lavoro ma come parte del metodo, parte della narrazione e parte della costruzione stessa della comunità che il libro racconta. Domande guida, linee temporali ipotesi da verificare archivi da esplorare, tutto al fine di vedere connessioni che altrimenti sarebbero rimaste invisibili.
Il libro non è solo ricerca ma una comunità intera che si ricostruisce anche attraverso dialoghi, incontri programmati, scelte condivise su cosa raccontare per dare forma al “noi”. Aver adottato un metodo rigoroso è stato un atto di impegno e di amore e di responsabilità verso la Comunità.
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Ho sempre adorato scrivere. Sin da bambina. E non sono alla mia prima esperienza dal momento che qualcuno mi ha definito la studiosa italiana di riferimento della biografia della violinista di età vittoriana Wilma Norman Neruda. Non mi ero mai cimentata in una ricerca così ampia di fonti volta a ricostruire memorie e storie perdute di un territorio. La mia formazione da filologa e il mio grande amore per la letteratura gialla e per Sherlock Holmes mi ha consentito di adeguare il metodo scientifico, dell’indagine scientifica a questo testo che ho trattato nello stesso modo in cui uno Sherlock Holmes avrebbe potuto usare per risolvere una indagine.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Continuare in questo lavoro di ri-attribuzione di significati ai luoghi nella convinzione che solo conoscendone gli aspetti anche più anomali e strani è possibile riappropriarcene e sviluppare amore verso di essi.