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La porta del crepuscolo. Intervista a Eleonora Moccagatta

Presentazione del libro e intervista all’autrice

La radura, le pietre incise, il cerchio di ombre: la magia non è mai stata un mito, soltanto qualcosa che il mondo ha imparato a dimenticare. Ma quando i sigilli cominciano a rompersi, l’oblio non protegge più nessuno. Il male non arriva come una guerra: arriva come un torpore, come città inchiodate in pose incomplete, come vite “sospese” a metà respiro. Kael non è un eroe per scelta. È un licantropo, un capobranco, e nel suo corpo convivono due nature che ha imparato a tenere a bada- finché un marchio sul palmo non inizia a pulsare, chiamandolo verso visioni impossibili e luoghi reali: un teatro di pietra, un monolite inciso, un nome che torna nei sogni come una sentenza. Aradia, strega dal passo silenzioso e dal bastone inciso di simboli antichi, riconosce la trama sotto la superficie: Lilith non è solo una storia, ma una volontà che ha imparato a dividersi. Nove sigilli l’hanno fermata spezzandola, e ora qualcuno, o qualcosa, li sta rompendo uno dopo l’altro per ricostruirla “pezzo per pezzo”. E quando la porta del crepuscolo chiederà il suo prezzo, l’unica domanda sarà: chi resterà dall’altra parte, e chi diventerà la soglia.

Citazione

Quando la speranza diventa un’arma, il primo a morire è chi crede di essere salvo.

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea è nata da una domanda semplice e scomoda: cosa resta di noi quando il mondo smette di obbedire alle sue stesse regole. Volevo raccontare un’apocalisse che non si manifesta con il fragore, ma con una crepa silenziosa, una realtà che si sfilaccia e costringe i personaggi a distinguere tra ciò che desiderano e ciò che è vero. La Porta del Crepuscolo è diventata la forma di quella domanda, una soglia fisica e morale, e ogni capitolo è una prova: resistere alla paura, ma anche alle scorciatoie della fede, dell’ordine artificiale e della “pace” che chiede un prezzo.

A chi lo consiglieresti, in particolare?

A chi ama il dark fantasy con radici nel reale, l’horror che nasce dai luoghi quotidiani e il weird che trasforma strade, capannoni, scuole e necropoli in qualcosa di inquietante e sacro. A chi cerca una storia di viaggio e di legami, dove l’azione ha conseguenze emotive e morali, e dove il coraggio non è invincibilità ma lucidità. In particolare lo consiglierei a chi apprezza atmosfere cupe, tensione crescente e un immaginario italiano, con miti antichi e paesaggi familiari che diventano stranieri.

Dove e quando è stato scritto?

È stato scritto a tratti, come il mondo del libro: tra notti lunghe e momenti rubati, con la sensazione costante di inseguire una voce che chiedeva precisione e ritmo. Ho lavorato molto sulla continuità emotiva, sull’idea di un viaggio che non concede pause vere, e ho scritto alternando fasi di stesura intensa a fasi di revisione, per far combaciare lore, tensione e coerenza dei personaggi.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Molto, perché essendo il mio primo libro volevo che avesse due qualità insieme: un’immersione narrativa forte e una struttura solida, senza scorciatoie. La difficoltà più grande è stata tenere insieme il ritmo dell’azione con la stratificazione del mondo, far emergere il Velo e i Sigilli senza spiegoni e senza perdere l’umanità dei protagonisti. Poi c’è stata la parte emotiva: scrivere fino in fondo significa accettare le conseguenze delle scelte dei personaggi, e non addolcire il prezzo quando la storia chiede verità. Proprio per questo, arrivare alla fine è stato faticoso, ma anche liberatorio.

La pianificazione ha avuto un ruolo importante?

Sì, perché La Porta del Crepuscolo non è solo una storia di fuga, è un percorso a soglie: ogni luogo è una prova e ogni prova lascia un segno. Ho costruito una mappa narrativa con tappe, regole del Velo, natura dei Sigilli e ricadute emotive sui personaggi, così da non perdere coerenza mentre il mondo si deformava. Poi, dentro quella struttura, mi sono concessa libertà di ascoltare i protagonisti, soprattutto nei dialoghi e nelle scelte morali, perché l’istinto è la cosa più vera quando tutto intorno mente.

Quanto è stato lungo il lavoro di editing?

È stato un lavoro più lungo della stesura, perché ho fatto diversi passaggi con obiettivi diversi. Prima ho ripulito la struttura, controllando ritmo, tensione e continuità della lore, poi ho lavorato sulla voce, eliminando ridondanze, calibrando descrizioni e mantenendo un tono costante tra orrore e intimità. L’ultimo giro è stato quasi chirurgico: coerenza dei dettagli, ricorrenze simboliche, e una revisione stilistica per rendere la pagina più “editoriale”, senza perdere l’urgenza del racconto.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Mi ispiro a chi riesce a unire immaginario e concretezza, facendo sentire il fantastico come qualcosa che potrebbe iniziare dietro casa. Amo il dark che lavora per sottrazione, la tensione che cresce senza spiegare tutto, e le storie dove il soprannaturale mette alla prova l’etica dei personaggi più che la loro forza. Tra i riferimenti, guardo a chi ha scritto mondi che sanno di mito e ferita, e a chi usa l’orrore come lente per parlare di perdita, fede e sopravvivenza.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Chiudere la trilogia. Sto lavorando per terminare gli altri due libri della saga, mantenendo la stessa identità: escalation dell’orrore, approfondimento dei Sigilli, e soprattutto conseguenze, perché ogni vittoria in questo mondo ha un costo. Voglio portare i personaggi fino in fondo, senza tradire ciò che sono diventati, e arrivare a una conclusione che non sia solo “finale”, ma necessaria, come una porta che si chiude sapendo esattamente cosa resta dall’altra parte.

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