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Il tempo del girasole. Intervista a Claudio Aorta

Presentazione del libro e intervista all’autore

Napoli, 2023. Elena Giachetti, brillante scienziata farmaceutica di 33 anni, è responsabile della Ricerca & Sviluppo della Bio-Futura, azienda del gruppo Iride GFP (Gruppo Farmaceutico Partenopeo). Ambiziosa e determinata nella professione, la sua vita sentimentale con il fidanzato Francesco è invece priva di slanci.
Una sera, mentre dipinge en plein air a Posillipo, nei pressi di un misterioso girasole un’inspiegabile distorsione spazio-temporale la trascina nel passato. Quando riapre gli occhi, si ritrova nella Napoli del 1799, in un’epoca segnata dalla lotta tra giacobini e monarchici.
Mentre le vicende della Rivoluzione Partenopea si intrecciano con la sua nuova esistenza, Elena si avvicina sempre più a Carlo, e tra i due nasce un sentimento profondo.

Citazione

“Elena cominciò a correre, con tutte le sue forze, stavolta piangendo ad alta voce, furiosamente. Con uno sforzo mentale straordinario riuscì finalmente a ritrovare il suo punto di riferimento. Il Girasole era lì, splendente come sempre. Immobile e misterioso. L’unica cosa che sembrava essere rimasta invariata. Ormai, Elena era convinta che lo strano fenomeno a cui aveva assistito fosse la causa della sua follia. La luce accecante, la linea in avvicinamento, il flash intenso, inizialmente l’avevano turbata, ma poi, data la loro brevissima durata, si era calmata, non dando troppo peso a quanto accaduto. Ma, gradualmente, dettaglio dopo dettaglio, si era resa conto che in realtà nulla era rimasto uguale a prima. Tranne il Girasole. E il Vesuvio. O forse, nemmeno il Vesuvio. Ora si era accorta che stava fumando.
Elena non aveva mai visto fumare il Vesuvio.”

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea è nata in modo molto semplice: in sogno. Stavo fantasticando da tempo sul passato e sulla storia, su quanto siano meno lontani di quanto crediamo, e una notte questa fantasia ha preso forma. Al risveglio avevo un’immagine chiara, più che una trama, e da lì è partito tutto.
Il 1799 non è una scelta casuale: è l’anno in cui Napoli ha provato a cambiare davvero, forse per la prima volta, pagando quel tentativo a caro prezzo. Mi interessava raccontare quel momento di libertà fragile, visto con gli occhi di una donna moderna.
Napoli, invece, non l’ho scelta: ci sono nato. Mettere insieme questi elementi è stato quasi naturale

A chi lo consiglieresti, in particolare?

A chi ama la storia quando smette di essere una lezione e diventa una domanda. A chi legge non solo per sapere una notizia, ma per capire cosa scatena dentro di noi. È un libro per chi è curioso del passato, ma anche per chi sente il bisogno, ogni tanto, di fermarsi e guardare la propria vita in modo un po’ diverso.

Dove e quando è stato scritto?

A casa mia, a Roma. È nato nei ritagli di tempo: nei fine settimana, nelle pause rubate alla vita quotidiana, quando i figli dormivano e il resto del mondo faceva altro. Diciamo che è stato scritto più per volontà che per disponibilità, e forse anche per questo è andato avanti con ostinazione.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Non poco. Scrivo quando arriva l’ispirazione, e non è puntuale come un treno svizzero. La prima stesura è spesso di getto, ma poi ogni frase è stata riletta, spostata, rimessa in discussione più volte. È successo a casa, al bar, all’aperto, davanti a un paesaggio. Diciamo che il libro è nato di slancio, ma si è fatto strada con molta pazienza.

La pianificazione ha avuto un ruolo importante?

Mi sono dato alcuni punti di riferimento, più che un piano vero e proprio: sapevo dove volevo arrivare e quali passaggi erano indispensabili. Per il resto ho lasciato spazio a quello che veniva fuori scrivendo. Non sono mai stato rigido: se arrivava un’idea migliore, cambiavo strada senza troppi sensi di colpa. Diciamo che avevo una mappa, ma non seguivo sempre il percorso segnato.

Quanto è stato lungo il lavoro di editing?

Non poco. Come detto la rilettura è stata fondamentale e spesso impegnativa: rileggere ogni frase, capire cosa funzionava e cosa no, ha richiesto tempo e attenzione. E a volte, rileggendo di giorno quello che avevo scritto la notte prima, mi è capitato di pensare: “Oddio… ma chi ha scritto queste oscenità?”. Alla fine, però, tutte quelle riletture hanno trasformato il caos iniziale in qualcosa che almeno aveva un senso.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Se dovessi fare una lista rapida, direi che la Allende mi ha insegnato il senso della storia e come farla sentire viva, la Austen le resistenze al cambiamento e quel conformismo che tutti conosciamo troppo bene, e poi ci sono Petrarca e Fabio Rosini, che mi hanno fatto riflettere sui risvolti esistenziali e sulla fede senza cadere in sermoni. Questi autori mi hanno lasciato un’impronta che non se ne va.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

In passato ho scritto non poco, ma non avevo mai pensato davvero di pubblicare. Questa volta ho fatto il salto, e mi piacerebbe continuare: romanzi, poesie, saggi, articoli… un po’ di tutto, insomma. Sempre che lavoro e famiglia lo permettano, perché sono ottimi motivi per rimandare, ma non vere scusanti per smettere di scrivere.

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